Trasparenza e chiarezza del linguaggio: cosa prevedono le norme

Le problematicità del linguaggio giuridico

Oggigiorno, nel dibattito sulla qualità comunicativa del diritto, sta assumendo un rilievo sempre più importante il tema della chiarezza del linguaggio giuridico. Storicamente, tale linguaggio è sempre stato caratterizzato per un elevato grado di tecnicità, che ne ha spesso accentuato l’opacità e la distanza rispetto ai destinatari, ostacolandone così una piena comprensione. Le caratteristiche stesse del linguaggio giuridico rappresentano un ostacolo concreto all’esercizio dei diritti. Un testo incomprensibile è, di fatto, inaccessibile. In questa prospettiva, anche il principio di trasparenza assume un significato più ampio. Non è sufficiente che le informazioni siano disponibili, ma è necessario che siano intellegibili ai lettori destinatari della norma giuridica.

Negli ultimi anni, tali criticità del cosiddetto legalese sono state progressivamente messe in discussione. Si è così sviluppata, sia a livello nazionale che europeo, una tendenza a intervenire attraverso norme, direttive e regolamenti volti a promuovere una comunicazione giuridica più chiara e accessibile. L’obiettivo è quello di consentire ai destinatari delle norme giuridiche non solo di accedervi formalmente, ma di comprenderle nella loro interezza, rendendo più agevole l’esercizio dei diritti e l’adempimento degli obblighi. A livello globale, questa evoluzione si inserisce nel movimento del plain language, che promuove l’uso di un linguaggio chiaro, semplice e orientato al destinatario, anche nei contesti giuridici e amministrativi. La sfida contemporanea consiste dunque nel trovare un equilibrio tra esigenze di precisione tecnica e la comprensibilità del testo.

Il legalese italiano

Per comprendere la necessità di rendere le norme giuridiche più chiare e trasparenti, è utile analizzare le varie caratteristiche proprie del linguaggio giuridico italiano, da sempre contraddistinto per il suo elevato grado di tecnicità e formalità. Il principale elemento che lo distingue dagli altri linguaggi settoriali riguarda sicuramente il rapporto tra astrazione e comprensibilità: le norme sono spesso formulate in termini generali e talvolta volutamente vaghi, così da poter essere applicate a una pluralità di casi. Questa vaghezza non è quindi un difetto in sé, ma può rendere più difficile la comprensione immediata della norma da parte dei destinatari.

A ciò si aggiungono ulteriori elementi di complessità. Sul piano lessicale, il linguaggio giuridico combina tecnicismi con espressioni poste ad elevare il registro, senza però aumentare la chiarezza del testo. È talvolta opportuno considerare l’uso sproporzionato di latinismi, arcaismi e parole comuni con significato specialistico, che a loro volta complicano la comprensione. Anche la struttura delle frasi contribuisce all’opacità: periodi lunghi, ricchi di subordinate e nominalizzazioni rendono il testo denso e poco lineare, soprattutto nelle sentenze. Infine, si evidenzia un frequente ricorso a rinvii normativi e formule ricorrenti (“ai sensi di…”, “di cui all’art…”) che rendono la lettura meno accessibile.

La normativa italiana

Nel sistema italiano, la chiarezza del linguaggio giuridico non è prevista da un’unica norma. Essa emerge da diversi interventi normativi. Un primo riferimento è la Legge 241/1990 sulle nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi. Questa legge introduce i principi di trasparenza, pubblicità e partecipazione. Tali novità sono evincibili sin dal primo principio enunciato nell’articolo 1 comma 1 della stessa legge. Anche se non parla esplicitamente di linguaggio chiaro, è evidente che la partecipazione è reale solo se gli atti sono comprensibili. In questa direzione si inserisce anche il Decreto legislativo 33/2013 (noto come Decreto Trasparenza), che rafforza gli obblighi di trasparenza da intendersi come accesso totale all’informazione.

Accanto alle norme, un ruolo importante è svolto anche dalla soft law, in particolare dalla Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile 2002, che invita le amministrazioni a usare un linguaggio semplice e comprensibile nella veicolazione delle informazioni. Nel complesso, anche senza una disciplina unitaria, si può dire che l’ordinamento italiano riconosce sempre più chiaramente che la comprensibilità del linguaggio è parte essenziale della trasparenza e dell’efficacia dell’azione amministrativa.

La normativa europea

A livello europeo, la chiarezza del linguaggio assume una dimensione ancora più incisiva, soprattutto in relazione alla tutela dei diritti fondamentali. Il vero punto di svolta, è rappresentato dal Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016 sulla protezione dei dati. L’art. 12 stabilisce che le informazioni rivolte agli interessati devono essere fornite in forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con un linguaggio semplice e chiaro. Si tratta di una delle formulazioni più esplicite e vincolanti del principio di chiarezza linguistica nell’ordinamento europeo. Questo approccio si ritrova anche in altre normative, come la Direttiva 2005/29/CE, che, nel suo articolo 6 vieta comunicazioni ingannevoli o ambigue. Nel complesso, il diritto dell’Unione europea tende a configurare la chiarezza non solo come buona prassi, ma come obbligo giuridico funzionale alla tutela effettiva dei diritti.

Il divario tra norma e prassi

Nonostante il quadro normativo in evoluzione, permane un significativo divario tra principi e applicazione concreta. In primo luogo, molte disposizioni restano formulate in termini generali o astratti. La chiarezza linguistica rischia così di rimanere un obiettivo dichiarato, ma non verificabile. In secondo luogo, persistono forti resistenze alla semplificazione del linguaggio giuridico. Questo è infatti tradizionalmente percepito come garanzia di precisione e autorevolezza, e ogni tentativo di semplificazione viene visto come una perdita di rigore tecnico. A ciò si aggiunge una carenza di competenze specifiche, in quanto una scrittura chiara richiede formazione, metodologie e revisione dei processi redazionali specifici. Il risultato è un sistema in cui, nonostante i progressi normativi, molti testi restano difficilmente accessibili, compromettendo la più amplia espressione di accessibilità e applicabilità del diritto.